Pirro Cuniberti, invito ArtCity 2024

Ci sono a Bologna, in fila uno dopo l’altro,12 teste tre cani e un topo: basta alzare le nostre di teste camminando sotto il Pavaglione avanti e indietro, per vederli tutti insieme.

Sono stendardi con i disegni di Pirro Cuniberti appesi sotto al portico durante Arte Fiera e Art City, per continuare le vie del suo centenario, a testa alta. Chi li vuole osservare e conoscere avendoli sotto gli occhi invece, può continuare il percorso fino al Museo Archeologico, dove teca dopo teca, vedranno gli originali tali e quali.

100 anni appena nati

In occasione del centenario della nascita di Pier Achille (Pirro) Cuniberti, il Comune di Bologna e l’Archivio Pier Achille Cuniberti “per Pirro e per Segno”, promuovono un omaggio dedicato alla figura di questo importante artista del novecento italiano, con una serie di eventi ed iniziative trasversali e parallele che dureranno fino a settembre del 2024, intorno alla sua opera e alle sua pratiche stilistiche.

Il progetto speciale ha simbolicamente preso avvio domenica 10 settembre 2023, proprio il giorno in cui Cuniberti avrebbe compiuto i cento anni, con l’intitolazione di una delle finestre che dalla sala Farnese affacciano su piazza Maggiore.

Flaminio Gualdoni: "Mappa di un cacciatore di segni"

Mappa di un cacciatore di segni. Pirro Cuniberti.

Flaminio Gualdoni

 

Una volta compiuta l’opera, “servire in mano senza cornice”. È la chiusa di un testo rivelatore che Pirro Cuniberti concepisce nel 1979 annunciando, con l’understatement che gli è tipico, l’avvio dell’ultima, straordinaria stagione del suo lavoro.
Nato du côté de chez Arcangeli, passato attraverso il bagno del figurare altro degli anni sessanta, è nella seconda metà del decennio successivo che l’artista finisce di saldare i conti con un pittorico che si vuole a qualche titolo normativo e si arrocca felice nel territorio che è, nell’intimo, il suo luogo buono, il disegno e il repertorio illimite di “segni inutili” che possono abitare il foglio.
Dagli anni trascorsi ha maturato alcune salde certezze e una consapevolezza del sé creante che non intende più contrattare. Sul piano etico, gli è ben chiaro il rifiuto di dover essere pittore alle condizioni che il mondo gli offre e per certi versi vorrebbe imporre. La sua partecipazione alla vita dell’arte è deliberatamente laterale. Conta, in parte, la sua ritrosia caratteriale, la totale assenza della spudoratezza necessaria per proclamare, in quanto artista,”io”. Conta, più, la lettura lucida della condizione corrente del compound artistico che, quando ancora non sia ammaliato da ideologie, prevede comunque un apparato retorico ipertrofico – recitare una parte in commedia, obbligarsi a un mestiere e a un cursus honorum, definire un brand asseverabile dalla critica, vivere l’arte, comunque, come competizione o almeno affermazione eccetera – comportante grandi elaboranti fatiche a fronte di conseguimenti quanto meno dubbi: e sicuramente, avrebbe postillato l’artista, non divertenti. Cuniberti vive, pretende di vivere, così com’è.
Calato pienamente nell’esistenza, capace di trasporla in parole con la souplesse asciutta e la saporosa deroga divagante da gran narratore delle pianure (come ben sa chi, quorum ego, l’abbia frequentato tra portici e colline, discorrendo di polli alla cacciatora e Marco Ferreri, Giri d’Italia e virtù del Refosco: mai “seriamente” d’arte, ché quella si fa e basta), geloso della propria limpida e coltissima ingenuitas capace di tenere insieme l’affabulazione svagata e Klee, la sprezzatura più feroce e una cultura cinematografica di prim’ordine: insomma cultura vera fatta vita, né alta né bassa, non nobilitante, non respingente, non gratificante di per sé, una cosa che alimenta ciò che è e non abbiglia ciò che solo crede d’essere.
Di questo vivere il fare è parte centrale. Esso è, naturalmente, non ritualizzato, non prevede liturgie e traffici disciplinari: stante che il tempo di Cuniberti è tutto quality time, il fare è il momento in cui si fa protagonista il suo intensivo, ondoso affabulare visivamente, in cui lo stream fantasmagorico che continuamente lo abita lo trova davanti al tavolo tra “penne, pennini, pennelli (bisogna averne tanti, ma se ne usano tre); squadre, righe e compassi (fregarsene del parere, anche se autorevole, di Jean-Auguste-Dominique Ingres, nettamente contrario all’impiego di questi mezzi diabolici)”, con “inchiostro di china (nero); grafite (durezze H e HB); colori (sotto forma di: matite colorate, pastelli di cera, acquerelli, tempere); colle (servono per ottenere misteriose trasparenze e tonalità singolari); vernici (servono per incollare)”: e soprattutto fogli, il luogo appropriato dell’accadere dei segni (“Abbiamo detto segni, non sogni”, per citare Licini). Nel suo esemplare testo del 1979, da cui si cita, Cuniberti fa affacciare i nomi di Ingres, Nicholson, Turner – anche di Amanda Lear, vabbè –
e altrove di Licini, e Klee, e Wols: ma non pensa mai a classicismi e astrattismi e informalismi, o al sublime, l’arte non è quello.
Il fare è il disegno. Dopo anni di pittura, di esercizi che son stati, per una tranche d’esperienza, anche di far grande, in quel finale dei ’70 Cuniberti sa in modo non più contrattabile che la sua via è quella del foglio, della dimensione di leggerezza che presiede una condizione d’acuminatezza dolce, della minuzia che azzera la corporeità del gesto e non chiede il pascolo dell’occhio perché è tutto lì, in palmo di mano, nella misura ravvicinata e felicemente perplessa dello sguardo. Del disegno, dell’idea di disegno, egli assume – sulla carta e sulle tavolette che l’affiancano, in pari intendimento e responsabilità – il senso di non autorevolezza preventiva, il valore degli esiti come di momenti-pause: ovvero, con Gadda, “dei momenti-pause: (dei pianerottoli di sosta) d’una fluenza (o d’una ascensione) conoscitiva-espressiva”, ma senza presumere d’ascendere a nulla, perché il suo esprimere non va mai da A a B tracciando una direzione intenzionata, ma solo perché A e B esistono e lo spazio, come voleva il sodale Novelli, sono “piccole strade per passare”; perché quello spazio astrattissimo e privato è, lì, concreto luogo d’esperienza, misura significativa delle movenze dell’intelletto e della sensibilità mentale, del loro farsi eccitazione nervosa della mano.
Sistema di frammenti, è l’immagine, e a sua volta si da come frammento, capace di un universo visivo ma in quanto infiniti sono gli universi visivi e linguistici possibili. La lettura, per coglierla, deve abolire ogni distanza convenzionale, immettervisi e sintonizzarsi ai ritmi, ai moti, ai rapporti, alle frequenze, agli andamenti che le sono caratteristici. Da qui l’insussistenza effettiva di un problema dimensionale e la ragion d’essere delle misure ridotte in quanto lo spettacolo e L’ostensione fungerebbero da abbreviazione del tempo di lettura, ch’è invece un continuo, ravvicinato, confidenzialmente allentato assaporamento.
Relatis referendis, vien da chiedersi quale sotterranea connessione abbia messo in sintonia Cuniberti con un artista con cui nulla ha mai avuto a che spartire, Campigli, teorico d’un “essere altrove, essere altrimenti” che parrebbe scritto per Pirro. Nessuna, a stare a opere e documenti. Nessuna, dal momento che Cuniberti tutto è salvo che uomo di nostalgie e vagheggiamenti.
Molto, se, per citare ancora Campigli, si considera che anch’egli coltiva “i giuochi, i sogni, i travestimenti'”. Molto, se si pensa che egli ha il coraggio quotidiano, esistenziale, d’essere altrimenti: e dunque il suo altrove non è solo situarsi in un “a parte” notevole ma incontaminabile rispetto al dibattito corrente, ma anche e soprattutto rispetto alla ragion d’essere stessa dell’esprimere.
Il disegno è, per Cuniberti, riportare la pittura tutta al pensare disegno. A cominciare dal raggiungimento essenziale dal quale si dipana la sua stagione felice.
Assume, convenzionalmente, il rettangolo della superficie, ma la lascia spazio in sé concreto e qualificato e a un tempo teoricissimo, in statuto di proiezione fisica della mente. Gli accadimenti vi si depositano per autonoma ragione, consapevoli del supporto ma anche della propria capacità di deciderlo in luogo: per addensamenti centripeti – quasi finestra nella finestra: ma qui la visione è tutto fuorché ancorata alla referenza – oppure giocando con codici e convenzioni, da un segnarsi d’orizzonte al fingersi di proiezioni artatamente tridimensionali, all’affollarsi e collidere di aspettative diverse di luogo, al galleggiare di segni sparsi nello spazio “immédiat, total. A gauche, aussi, à droite, en profondeur, à volonté… Dans un instant tout est là. Tout, mais rien n’est connu encore. C’est ici qu’il faut commencer à LIRE”, come vuole Michaux, comprese le tracce referenziali inghiottite e restituite in questa asistematica dei segni.
Non si tratta di espedienti tecnici. Nella dimensione raccolta del foglio, della tavoletta, in questi segni che marcano differenziali in assenza di statica, come fluttuando e serrando storiette ellittiche che narrano i segni stessi, a un altro livello Cuniberti convoca e fa collidere trame diverse.
Mettendo in mora il proprio stesso ruolo di artefice, abbassando, arguto e sornione, il proprio approccio alla parvenza d’un puro divertissement affettivo, egli garantisce al proprio fare un atteggiamento di assoluta non emotività nei confronti dei materiali visivi posti in gioco, frangenti d’una poesia che non si cerca, sottraendosi a ogni sospetto e a ogni problematicità di metodo. La sua complessione è quella di un goloso annotatore di pensieri en marges, che sa e ripensa i meccanismi del significato solo per poterli fastosamente destrutturare e deidentificare sottoponendoli a ulteriori possibilità di stato, di evidenza, di accadimento. Rimette in gioco, per contaminazione maliziosa di codici, schemi retorici che vanno dal catalogo alla mappa, dal diagramma all’iterazione con varianti, dall’aleatorietà a una scrostata e straniata appropriatezza figurale.
E i titoli assecondano, anzi si fanno essi stessi cartigli d’un narrare – comunque – o meglio d’un affabulare in cui l’enunciato testuale non è ancillare rispetto agli altri segni, ma uno strato ulteriore di codice e un grado aggiuntivo di devianza fantasticante: “Mi affascinano i titoli, che sono già un luogo dell’invenzione”, dice. Valga giusto qualche citazione: Museo dei segni (1975), Natura morta con tre piani e sette segni inutili (1979), Museo di segni inutili (1979), la serietta Raccolta di segni e di pennellate (1991), e anche Mappa di un cacciatore di segni (1982), Mappa della terra di T.T. con i suoi undici abitanti (1983), Una fiaba dall’autobiografia (1985), Racconto affollato (1988), Rapporto ostico (1989). Modi, tutti, di una narrazione felicemente ellittica, di qualità diversa dall’ordinaria, poggiata in toto sulle proprie cadenze, sulle proprie movenze, sui propri comportamenti.
Cuniberti vive dunque antieroicamente il proprio lavoro: “Dipingere è sempre di più una lotta con me stesso per mettere dei segni sulla carta, stando attento a non fare delle stupidaggini”.
Renitente alla propria evidente qualità d’artista, sottilmente impertinente, egli sottrae la pratica all’ideologia e all’affermazione perché si chiede solo stupefazioni, frammenti disseminati d’intensità che vivano franchi dalla dissipazione mediocre della ragione, dell’immaginazione, dell’intelligenza. Non vuole épater nessuno: forse qualche volta se stesso. Non vuole convincere nessuno perché afferma di non sapere nulla di cui valga la pena convincerci.
Poi, se vogliamo, se stiamo al gioco, assaporiamo anche l’implicazione corrosiva della sua ironia dolce e divagante, e la sua affermata alterità si ribalta, di fatto, in ragionamento incalzante sull’arte, sulle sue miserabili seriosità. Proprio perché Cuniberti non ha alcuna spiegazione da offrirci del mondo è uno che ci aiuta davvero a starci, al mondo.

Biografia

1923
Pier Achille (Pirro) Cuniberti nasce a Padulle di Sala Bolognese il 10 settembre. Figlio di Emilio Cuniberti, rappresentante di masonite (materiale che a partire dalla fine degli anni settanta sarà per Pirro fondamentale), e Zaira Monari che crescerà cinque figli: Pier Achille, Maria, Clelia, Nando, Emanuele. Saranno proprio i genitori a incoraggiarlo nel disegno dopo che, nel 1933, vince gli “Argonali” Nazionali per il disegno organizzati dall’Opera Nazionale Balilla.

1934
Bocciato in matematica al test di amm1ss10ne al Ginnasio Galvani, è iscritto all’Avviamento Commerciale. Ossessionato dalla costruzione di modelli volanti e aeroplanini, durante questa fase scolastica ottiene buoni risultati nelle materie letterarie e in particolar modo in disegno, grazie ai buoni insegnanti avuti.

1939
Diplomato all’Avviamento Commerciale, si iscrive alla Regia Scuola per Industrie Artistiche di Bologna dove segue le lezioni dei professori Ferdinando ( disegno tecnico) e del figlio Ruggero Rossi (disegno dal vero). Di loro dirà sempre: “Mi hanno insegnato tutto quello che mi è veramente servito nel tentativo di fare arte”.

1943
In febbraio è chiamato alle armi e viene destinato al II’ Reggimento Granatieri di Sardegna. Durante i tragici giorni della difesa di Roma, in particolare la sera del 10 settembre, giorno del suo ventesimo compleanno, il caposaldo 11, dove Cuniberti è telefonista, viene attaccato dai tedeschi. Leggermente ferito, riesce a raggiungere Bologna solo cinque giorni dopo. In giugno durante una breve licenza dà, indossando la divisa militare, l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Bologna e vi è ammesso.

1944
Sempre in febbraio è richiamato alle armi e trasferito in Germania per l’addestramento nella Selva Nera. Un giorno, durante l’addestramento in foresta, vede uno chalet con le porte aperte e vi entra per cercare dei giornali da infilarsi nella divisa per difendersi dal freddo. Prende il primo poster che gli capita sotto mano, lo piega, se lo mette a protezione e la sera nel toglierselo si accorge che non è altro che la riproduzione a stampa di “una povera stanza con un letto, un tavolino e due sedie impagliate”. Riguarda spesso quel foglio che porta scritto: “Vincent Van Gogh, Chambre d’Arles, 1889”. Racconterà più tardi: “Mi colpì la semplicità di ‘quella pittura disegnata”’. A guerra finita, rientrato a Bologna, va alla ricerca di libri d’arte e ha la fortuna di trovare una collana, stampata proprio durante la guerra, dedicata ai pittori moderni.

1945-1948
Allievo all’Accademia di Belle Arti di Giorgio Morandi e Giovanni Romagnoli.

1948
Diplomato all’Accademia, collabora con lo studio di pubblicità Mingozzi e con l’ufficio propaganda della Ducati diretto da Enzo Biagi. Questo è anche l’anno della prima Biennale del dopoguerra che è stata per lui fondamentale; va a Venezia per “vedere” Vincent Van Gogh e scopre Paul Klee, l’artista che definirà il suo “babbo”.

1949
Segue il corso di Virgilio Guidi e realizza molti disegni, pastelli, tempere su carta, piccole tele a olio, ma di questa fase iniziale distruggerà tutto. Avvia incontri e amicizie con Vasco Bendini, Sergio Romiti e Sergio Vacchi. Con Franco Lodoli, ex compagno di scuola, scopre la poesia francese.

1950
Inizia a collaborare con Dino Gavina nella realizzazione di vetrine e allestimenti fieristici.

1952
“Scopre” la penne a sfera con la quale realizza disegni, sulla carta da macchina, che approdano ali’ astrazione.

1953
La sezione di pittura presso la Scuola d’Arte di Bologna sta per essere chiusa e il suo vecchio maestro Rossi lo invita a prendere in considerazione l’insegnamento. In marzo riceve l’incarico per la cattedra di Disegno Professionale nella sezione di Decorazione Pittorica. In seguito ne dirigerà il laboratorio e successivamente quello di Arte della Ceramica. Lascerà l’insegnamento nel 1978, amareggiato dallo stato di caos che regna nelle scuole.

1955
Il 15 giugno sposa Laura (Lalla) Baisi dalla quale avrà tre figlie: Barbara (1956), Monica (1958), Emanuela (nel 1960). Lalla sarà anche la curatrice instancabile della bibliografia e catalogazione delle opere di Pirro.

1957
In dicembre inaugura la sua prima personale, presentato da Francesco Arcangeli, al Circolo Culturale di Bologna.

1965
Viene invitato alla Quadriennale di Roma.

1966
XII Premio Spoleto, dove viene premiato il quadro Tentativo di dialogo con un ufficiale di frontiera.

1972
Invitato alla X Quadriennale d’Arte di Roma, dove presenta le opere Il desiderio del volo, Progetto di sistemazione di una collina, Il motociclista biondo, L’angelo del mattino controlla l’agricoltura, La favola dell’inquinatore, Senza titolo. Viene incitato a curare la veste grafica degli inserti de “Il Resto del Carlino” dall’allora direttore Enzo Biagi.

1976
I Disegni di Cuniberti 1948-1975, oltre cento disegni scelti e presentati da Pier Giovanni Castagnoli esposti presso la Galleria San Luca di Bologna.

1979
Abbandona la tela per dipingere su tavole di masonite (laminato di legno pressato) preparate con base acrilica applicata a tampone e dipinte con colori acrilici, inizialmente molto diluiti con interventi di pastelli e grafite.

1982
È a Parigi con Livres d’art et d’artistes al Centre Georges Pompidou.

1984
Nella sezione didattica della Pinacoteca Nazionale di Bologna, con Vita d’artista espone la sua prima antologica presentata da Andrea Emiliani e curata da Paolo Fossati e Dario Trento. Nello stesso anno l’Editore Feltrinelli pubblica il volume Stranalandia, frutto di un intenso lavoro a due con lo scrittore Stefano Benni.

1987
Dipinge un grande pannello per la sede della Regione Emilia-Romagna.

1991
Al Palazzo dei Diamanti di Ferrara allestisce un’antologica presentata da Claudio Cerritelli.

1992
Realizza disegni a quattro mani con Giosetta Fioroni per il libro Mano Doble (Edizioni Exit, Lugo).

1996
Viene invitato alla Scuola Normale Superiore di Pisa dalla Professoressa Paola Barocchi per un seminario, sul suo lavoro, condotto da Paolo Fossati. Nello stesso anno illustra, per la casa editrice Einaudi, La trilogia del Capitano Nemo di Jules Verne.

1998
La rivista “Parol-quaderni d’arte”, diretta da Luciano Nanni, gli dedica la sezione monografica, a cura di Silvia Pegoraro con interventi di Claudio Cerritelli, Paolo Fossati, Silvia Pegoraro, Giorgio Sandri, • Claudio Spadoni e Dario Trento.

1999
Disegna il logotipo per “Bologna 2000 Città Europea della Cultura”.

2003
Inaugura un’importante mostra antologica presso il Museo archeologico di Bologna, a cura di Claudio Cerritelli e Dario Trento, in seguito allestita nella Casa del Mantegna a Mantova.

2004
Espone presso gli Istituti italiani di cultura di Londra e di Berlino.

2007
È all’Accademia di Belle Arti di Brera con una mostra curata da Claudio Cerritelli e Dario Trento.

2008
Prima importante mostra personale presso la ESSO Gallery di New York.

2016
Si spegne a Bologna il 5 marzo.

 

Hanno scritto di lui:
Francesco Arcangeli, Renato Barilli, Stefano Benni, Alessandro Bergonzoni, Pietro Bonfiglioli, Claudio Cerritelli, Enrico Crispolti, Fabrizio D’Amico, Paolo Fossati, Flaminio Gualdoni, Andrea Emiliani, Pier Giovanni Castagnoli, Roberto Pasini, Silvia Pegoraro, Robereto Roversi, Franco Solmi, Roberto Tassi, Dario Trento, Peter Weiermeier.